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01/06/14

Questa è acqua, questa è acqua


Molti hanno celebrato il discorso di Steve Jobs a Stanford. Pace all'anima sua ma io preferisco il discorso di David Foster Wallace ai neo-laureati del Kenyon College.
Buona lettura.

«Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college.
Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?” È una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole.

Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato della vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”.

Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio.

Ecco un’altra piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.”

È facile interpretare questa storiella con gli strumenti tipici dell’analisi umanistica: la stessa precisa esperienza può avere due significati totalmente diversi per due persone diverse, avendo queste persone due diversi sistemi di credenze e due diversi modi di ricostruire il significato dall’esperienza. Poiché siamo convinti del valore della tolleranza e della varietà delle convinzioni, in nessun modo la nostra analisi umanistica vorrà affermare che l’interpretazione di uno dei due tizi sia giusta a quella dell’altro falsa o cattiva. E questo va anche bene, tranne per il fatto che in questo modo non si riesce mai a discutere da dove abbiano origine questi schemi e credenze individuali. Voglio dire, da dove essi vengano dall'interno dei due tizi. Come se l’orientamento fondamentale verso il mondo di una persona e il significato della sua esperienza fossero in qualche modo intrinseci e difficilmente modificabili, come l’altezza o il numero di scarpe, o automaticamente assorbiti dal contesto culturale, come il linguaggio. Come se il modo in cui noi costruiamo il significato non fosse in realtà un fatto personale, frutto di una scelta intenzionale. Inoltre, c’è anche il problema dell’arroganza. Il tizio non credente è totalmente certo nel suo rifiuto della possibilità che il passaggio degli eschimesi abbia qualche cosa a che fare con la sua preghiera. Certo, ci sono un sacco di credenti che appaiono arroganti e anche alcune delle loro interpretazioni. E sono probabilmente anche peggio degli atei, almeno per molti di noi. Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente: una certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso.

Il punto che vorrei sottolineare qui è che credo che questo sia una parte di ciò che vuole realmente significare insegnarmi a pensare. A essere un po’ meno arrogante. Ad avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze. Perché una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente. Ho imparato questo da solo e a mie spese, e così immagino sarà per voi una volta laureati.

Ecco un esempio della totale falsità di qualche cosa su cui tendo ad essere automaticamente sicuro: nella mia esperienza immediata, tutto tende a confermare la mia profonda convinzione che io sia il centro assoluto dell’universo, la più reale e vivida e importante persona che esista. Raramente pensiamo a questa specie di naturale, fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso. Ma in effetti è lo stesso per tutti noi. È la nostra configurazione di base, codificata nei nostri circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non c’è nessuna esperienza che abbiate fatto di cui non ne siate il centro assoluto. Il mondo, così come voi lo conoscete, è lì davanti a VOI o dietro di VOI, o alla VOSTRA sinistra o alla VOSTRA destra, sulla VOSTRA TV o sul VOSTRO schermo. E così via. I pensieri e i sentimenti delle altre persone devono esservi comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali.

Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù. Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritti come “ben adattati”, che credo non sia un termine casuale. Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me. Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento). Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintetico per esprimere un’idea molto più significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto.

E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. Questo potrebbe suonarvi come un’iperbole o un’astrazione senza senso. Cerchiamo di essere concreti. Il fatto puro e semplice è che voi laureati non avete ancora nessuna idea di cosa “in ogni momento” significhi veramente. Questo perché nessuno parla mai, in queste cerimonie delle lauree, di una grossa parte della vita adulta americana. Questa parte include la noia, la routine e la meschina frustrazione. I genitori e i più anziani tra di voi sapranno anche troppo bene di cosa sto parlando.

Tanto per fare un esempio, prendiamo una tipica giornata da adulto, e voi che vi svegliate la mattina, andate al vostro impegnativo lavoro da colletto-bianco-laureato-all’università, e lavorate duro per otto o dieci ore, fino a che, alla fine della giornata, siete stanchi e anche un po’ stressati e tutto ciò che vorreste sarebbe di tornarvene casa, godervi una bella cenetta e forse rilassarvi un po’ per un’oretta, per poi ficcarvi presto nel vostro letto perché, evidentemente, dovrete svegliarvi presto il giorno dopo per ricominciare tutto da capo. Ma, a questo punto, vi ricordate che non avete nulla da mangiare a casa. Non avete avuto tempo di fare la spesa questa settimana a causa del vostro lavoro così impegnativo, per cui, uscendo dal lavoro, dovete mettervi in macchina e guidare fino al supermercato. È l’ora di punta e il traffico è parecchio intenso. Per cui per arrivare al supermercato ci mettete moltissimo tempo, e quando finalmente arrivate, lo trovate pieno di gente, perché naturalmente è proprio il momento del giorno in cui tutti quelli che lavorano come voi cercano di sgusciare in qualche negozio di alimentari. E il supermercato è disgustosamente illuminato e riempito con della musica di sottofondo abbrutente o del pop commerciale, ed è proprio l’ultimo posto in cui vorreste essere, ma non potete entrare e uscire rapidamente, vi tocca vagare su e giù tra le corsie caotiche di questo enorme negozio super-illuminato per trovare la roba che volete e dovete manovrare con il vostro carrello scassato nel mezzo delle altre persone, anche loro stanche e di fretta come voi, con i loro carrelli (eccetera, eccetera, ci do un taglio poiché è una cerimonia piuttosto lunga) e alla fine riuscite a raccogliere tutti gli ingredienti della vostra cena, e scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte per pagare, anche se è l’ora-di-punta-di-fine-giornata. Cosi la fila per pagare è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e che vi fa arrabbiare. Ma voi non potete sfogare la vostra frustrazione sulla povera signorina tutta agitata alla cassa, che è superstressata da un lavoro la cui noia quotidiana e insensatezza supera l’immaginazione di ognuno di noi qui in questa prestigiosa Università.

Ma in ogni modo, finalmente arrivate in fondo a questa fila, pagate per il vostro cibo, e vi viene detto “buona giornata” con una voce che è proprio la voce dell’oltretomba. Quindi dovete portare quelle orrende, sottili buste di plastica del supermercato nel vostro carrello con una ruota impazzita che spinge in modo esasperante verso sinistra, di nuovo attraverso il parcheggio affollato, pieno di buche e di rifiuti, e guidare verso casa di nuovo attraverso il traffico dell’ora di punta, lento, intenso, pieno di SUV, ecc.

A tutti noi questo è capitato, certamente. Ma non è ancora diventato parte della routine della vostra vita effettiva di laureati, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Ma lo sarà. E inoltre ci saranno tante altre routine apparentemente insignificanti, noiose e fastidiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La MIA fame e la MIA stanchezza e il MIO desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi. E chi sono poi queste persone che mi ostacolano? E guardate come molti di loro sono repellenti, e come sembrano stupidi e bovini e con gli occhi spenti e non-umani nella coda alla cassa, o anche come è fastidioso e volgare che le persone stiano tutto il tempo a urlare nei loro cellulari mentre sono nel mezzo della fila. E guardate quanto tutto ciò sia profondamente e personalmente ingiusto.

Oppure, se la mia configurazione di base è più vicina alla coscienza sociale e umanistica, posso passare un bel po’ di tempo nel traffico di fine giornata a essere disgustato da tutti quei grossi, stupidi SUV e Hummers e furgoni con motori a 12 valvole, che bloccano la strada e consumano il loro costoso, egoistico serbatoio da 40 galloni di benzina, e posso anche soffermarmi sul fatto che gli adesivi patriottici e religiosi sembrano essere sempre sui veicoli più grandi e più disgustosamente egoisti, guidati dai più brutti, più incoscienti e aggressivi dei guidatori. (Attenzione, questo è un esempio di come NON bisogna pensare…) E posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sprecato tutto il carburante del futuro e avere probabilmente fottuto il clima, e che noi tutti siamo viziati e stupidi ed egoisti e ripugnanti, e che la moderna civiltà dei consumi faccia proprio schifo, e così via.

Avete capito l’idea.

Se scelgo di pensare in questo modo in un supermercato o sulla superstrada, va bene. Un sacco di noi lo fanno. Tranne che il fatto di pensare in questo modo diventa nel tempo così facile e automatico che non è più nemmeno una vera scelta. Diventa la mia configurazione di base. È questa la modalità automatica in cui vivo le parti noiose, frustranti, affollate della mia vita da adulto, quando sto operando all’interno della convinzione automatica e inconscia di essere il centro del mondo, e che i miei bisogni e i miei sentimenti prossimi sono ciò che determina le priorità del mondo intero.

In realtà, naturalmente, ci sono molti modi diversi di pensare in questo tipo di situazioni. Nel traffico, con tutte queste macchine ferme e immobili davanti a me, non è impossibile che una delle persone nei SUV abbia avuto un orribile incidente d’auto nel passato, e adesso sia cosi terrorizzata dal guidare che il suo terapista le ha ordinato di prendere un grosso e pesante SUV, così che possa sentirsi abbastanza sicura quando guida. O che quell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada sia forse guidato da un padre il cui figlio piccolo è ferito o malato nel sedile accanto a lui, e stia cercando di portarlo in ospedale, ed abbia quindi legittimamente molto più fretta di me: in effetti sono io che blocco la SUA strada.

Oppure posso sforzarmi di considerare la possibilità che tutti gli altri nella fila alla cassa del supermercato siano stanchi e frustrati come lo sono io, e che alcune di queste persone probabilmente abbiano una vita molto più dura, noiosa e dolorosa della mia.

Di nuovo, vi prego di non pensare che vi stia dando dei consigli morali, o vi stia dicendo che dovreste pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta da voi che lo facciate. Perché è difficile. Richiede volontà e fatica, e se voi siete come me, in certi giorni non sarete capaci di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia.

Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa.

Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare. Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno.

Questa, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana. Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti.

Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base. Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo.

E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti. Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.

Lo so che questa roba probabilmente non vi sembrerà molto divertente o ispirata, come un discorso per questo di genere di cerimonie dovrebbe sembrare. In questo consiste però, per come la vedo io, la Verità con la V maiuscola, scrostata da un sacco di stronzate retoriche. Certamente, siete liberi di pensare quello che volete di tutto questo. Ma per favore non scartatelo come se fosse una sermone ammonitorio alla Dr. Laura. Niente di questa roba è sulla morale o la religione o il dogma o sul grande problema della vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.”



È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora.

Auguro a tutti una grossa dose di fortuna.»

04/02/12

Caro Mario Monti...


Caro Mario Monti,
le darò del Lei come si usa tra sconosciuti, ma non la chiamerò né Presidente, né Professore, né tantomeno Dottore dal momento che i titoli (onorifici, nobiliari, ecc.) per me stanno a zero.
Anche io potrei fregiarmi del titolo di Dottore, visto che mi sono laureato per ben due volte (grazie alle riforme europee che Lei tanto gradisce): una laurea breve e una magistrale. Ma non utilizzerò questo titolo nella presente corrispondenza. Non ne vedo il motivo, anche per par condicio.

Comunque, deve sapere che dei titoli di cui Lei si puo' fregiare quello che per me vale di più è quello di Professore. Sa perché? Perché ho avuto, pur essendo stato uno studente abbastanza anarchico, qualche Professore che mi ha trasmesso quel qualcosa in più che Lei, per l'appunto, non sembra avere. Forse non è abituato davvero a fare il politico, ma nei suoi discorsi Lei sembra proprio uno di quei professori (universitari soprattutto) che cercavo sempre di evitare e le cui lezioni disertavo puntualmente. E, di nuovo, sa perché? Perché Lei è davvero soporifero! Maurizio Crozza la imita bene quando enfatizza il suo fare robotico.
Al di là di questo, le scrivo dopo aver sentito le sue parole sul posto fisso.
Non si preoccupi non le farò la manfrina del giovane disoccupato e disperato alla ricerca del “posto” fisso. Forse sono quasi  d'accordo con lei. Ma preferirei parlarle di qualcosa che c'entra molto.

Sia chiaro, io non sono nessuno per giudicare il suo valore, ma se mi è permesso vorrei parlarle di un posto fisso a cui tengo molto: il posto fisso del mestiere di contadino. Sì, ha capito bene! Del contadino.

Mio nonno aveva questo posto fisso. E fisse erano le sue giornate, i suoi mesi, le sue stagioni.
Amava la terra, anche se, come diceva egli stesso “il contadino deve combattere con tre nemici: il gelo, la siccità e la volpe a due zampe.” Per la cronaca la volpe a due zampe è l'uomo. Le ho tradotto il motto perché in dialetto non lo avrebbe mai compreso. Sì, perché mio nonno l'italiano non lo conosceva, parlava solo dialetto.

18/12/11

L'imperatore, Pasolini e quella pillola rossa





Quello che segue è lo scritto di un amico che non scrive più sul suo blog. Ciao Federico, torna a trovarci. 
Buona lettura


Racconta lo scrittore danese Hans Christian Andersen in una delle sue più celebri fiabe che, un giorno, un grande imperatore di un grande regno ricevette a corte due forestieri che dicevano di essere dei tessitori e di saper tessere la stoffa più incredibile mai vista. Non solo i disegni e i colori erano meravigliosi, ma gli abiti prodotti con quella stoffa avevano un curioso potere: essi diventavano invisibili agli occhi degli uomini che non erano all'altezza della loro carica o che erano semplicemente molto stupidi. L'imperatore credette alle loro parole e ordinò loro di confezionargli, con quella stoffa portentosa, un vestito nuovo per la Grande Parata. Pensava infatti che in questo modo avrebbe potuto riconoscere con facilità gli incapaci che lavoravano nel suo impero e avrebbe potuto distinguere gli stupidi dagli intelligenti! Immaginatevi lo sconcerto dei funzionari di palazzo che, inviati dall'imperatore a visionare i lavori di tessitura, si trovavano di fronte ad un telaio vuoto e, per non voler apparire stupidi o incompetenti, si mettevano ad elogiare le fattezze di una stoffa inesistente. E immaginatevi pure la faccia dell'imperatore quando, il giorno della Grande Parata, andò di persona a provare il magnifico vestito ma, per quanto si sforzasse, non riusciva proprio a vedere nulla. Anch'egli, per non apparire da meno, si mise a lodare la precisione del taglio e la lucentezza dei colori. E immaginatevi soprattutto la reazione delle persone del popolo che, ammassate sulle strade per accogliere l'arrivo del proprio imperatore, si accorsero immediatamente che, in realtà, il loro sovrano stava sfilando completamente nudo. Ma, non osando ovviamente confessare la propria stupidità, si misero tutti ad acclamare lui e il suo fantastico vestito nuovo. Solo un bambino, a un certo punto, non credendo ai propri occhi, esclamò: “Ma l'imperatore è nudo!”. Allora la voce si sparse e dopo un po' tutti si convinsero che effettivamente l'imperatore non aveva nulla addosso. Racconta Andersen che il sovrano rabbrividì perché capì che il bambino aveva ragione. Ma, essendo un tipo molto orgoglioso, decise di concludere lo stesso la Grande Parata drizzandosi ancora più fiero.

Questa, che sembra essere solo una simpatica storiella, contiene invece un messaggio fortissimo ed attuale e ci pone di fronte ad una domanda molto scomoda: le opinioni che noi abbiamo della realtà che ci circonda sono frutto di una interpretazione libera e critica della nostra intelligenza o sono invece solamente frutto di un auto-convincimento indotto? Siamo veramente liberi di avere un'opinione oppure inconsciamente siamo spinti a credere ciò che, per vari motivi (superficialità, pigrizia, passività, ignoranza, fragilità, ipocrisia...) vogliamo credere? La domanda è ostica perché mette in discussione un caposaldo del nostro vivere quotidiano: se le nostre azioni e il nostro modo di comportarci sono una conseguenza diretta delle nostre idee e del nostro modo di pensare e, qualora si scoprisse che queste idee sono in realtà tutt'altro che spontanee, ma suggerite e in qualche modo a noi imposte inconsapevolmente, chi potrebbe ancora dire con certezza che le proprie azioni sono frutto di scelte libere? Chi avrebbe ancora il coraggio di definirsi libero?

La questione è molto delicata e per niente banale. Che cosa significa veramente essere liberi? E' chiaro, per quanto appena detto, che il primo passo per poter affermare senza dubbio di agire e prendere decisioni in modo critico e indipendente da qualunque tipo di condizionamento esterno è riuscire ad avere opinioni il più possibile oggettive e vere sulla realtà che ci circonda. E chi ci fornisce gli strumenti necessari per poterci fare un'opinione? I mezzi di informazioni di massa, i cosiddetti mass media: giornali, radio e televisioni.

Uno studio recente ha mostrato come più dell'80% degli Italiani utilizzi la televisione come principale fonte di informazione. E' una percentuale talmente elevata che impone un'analisi profonda ed accurata della correttezza con cui le notizie vengono filtrate attraverso il tubo catodico. Lo schermo del televisore è uno specchio fedele della realtà o, in qualche modo, la realtà che passa attraverso di esso ne esce mutilata e deformata?

Un grande aiuto alla comprensione di questo problema ci viene fornito dalle riflessioni di uno dei più grandi intellettuali italiani del ventesimo secolo, Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta e regista, ma soprattutto attento osservatore degli ingranaggi che fanno muovere il potere e l'informazione. Pasolini, all'inizio degli anni Settanta, quando ancora la televisione era agli albori, già aveva di essa un'idea modernissima e ben precisa, che ancora oggi, anzi oggi più che mai, conserva intatta la sua forza e la sua validità.

Scriveva Pasolini: “Secondo me la televisione diventerà più forte di tutto e la sua mediazione ho paura che finirà per essere tutto”. Mai profezia fu più azzeccata. La statistica appena citata ne è la conferma. Oggi la televisione ha assunto un ruolo talmente determinante e invasivo nella percezione della realtà da parte del telespettatore che, per definizione, si è portati ad accettare e a dare per scontato che tutto ciò che viene detto attraverso lo schermo debba necessariamente essere vero.

“E' vero perché l'ho sentito alla televisione”.

Quante volte sentiamo ripetere questa frase! L'ottica in cui siamo nati e cresciuti è questa: la televisione ti informa, la televisione ti accudisce, la televisione ti rallegra, la televisione ti svaga, la televisione ti occupa i tempi morti, la televisione ti dà tutto ciò di cui hai bisogno. Siamo arrivati ad un punto per cui la realtà vera è senza ombra di dubbio quella che passa in televisione. Una televisione che non solo filtra la realtà, ma in qualche modo la scompone e la ricrea a proprio uso e consumo. E se poi usciamo di casa e i nostri occhi vedono qualcosa di diverso da quello che ci è appena stato raccontato in televisione, se vediamo l'imperatore nudo, beh, è chiaro che sono i nostri occhi ad aver preso un abbaglio. La televisione non può mentire. Questo è il senso comune.

Ed è tanto radicato in noi questo modo di pensare che risulta assolutamente improponibile o ridicolo sospettare o semplicemente avere il dubbio che l'informazione televisiva sia distorta, manipolata e confezionata ad arte. Da cosa deriva questa sorta di riverenza, a pensarci bene incomprensibile e ingiustificata, nei confronti del piccolo schermo?

Pasolini ha la risposta. Pasolini aveva già capito tutto quarant'anni fa. In una memorabile trasmissione RAI dei primordi (1971), un giovanissimo Enzo Biagi, attorniato da altri intellettuali e filosofi, discute con Pasolini del ruolo della televisione, che si era imposta in quel periodo come mezzo di comunicazione di massa all'avanguardia. E' interessante seguire le poche battute dell'intervento, perché sono di una lucidità disarmante e forniscono una risposta chiara ai nostri quesiti.

Pasolini attacca: “La tv è un medium di massa e un medium di massa non può che massificarci e alienarci”. Biagi, un po' disorientato, gli fa notare come la loro discussione si stia svolgendo però con grande libertà e senza alcuna inibizione. Pasolini risponde che in realtà questo è solo apparentementevero. Innanzitutto perché in televisione non si può dire tutto ciò che si vuole, non fosse altro che per una sorta di autocensura inconscia, che chiunque parli in televisione sperimenta. Ma soprattutto, ed è questo il punto fondamentale, perché “nel momento in cui qualcuno ci ascolta nel video” - dice Pasolini - “ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico. Le parole che cadono dal video cadono sempre dall'alto. Anche le più democratiche, anche le più vere, le più sincere”.



E' un'analisi spietata quella di Pasolini. Della televisione salva poco o nulla, perché ha compreso con lucidità quanto sia terribile il divario che separa i personaggi televisivi dallo spettatore. Non è e non può essere, per come la televisione è concepita, un rapporto democratico, alla pari. E' in realtà una relazione rigorosamente e pericolosamente univoca, a senso unico, dallo schermo al salotto, dall'alto al basso e mai viceversa.

Lo spettatore è per definizione ricettore passivo di presunte verità. Non può far altro che assorbire, assorbire e ancora assorbire senza avere i mezzi per poter rielaborare le informazioni ricevute. E perché dovrebbe farlo? La visione della tv si basa nella maggior parte dei casi su un atto di fede per cui ciò che viene dette all'interno di essa assume immediatamente una connotazione autorevole, inattaccabile, vera. Non c'è bisogno di alcuna conferma, di alcun riscontro.

Dice ancora Pasolini: “Ammettiamo che ci sia una persona assolutamente umile, un analfabeta, un ignorante, interrogato da un intervistatore. L'insieme della cosa, vista dal video, acquista sempre, fatalmente, un'aria autoritaria, perché viene sempre data da una cattedra. Parlare dal video è parlare sempre ex cathedra. Anche quando questo è mascherato da democraticità”.

Quanto siano vere ed attuali queste parole è dimostrato da molteplici programmi televisivi di oggi. La televisione del 2000 è monopolizzata, per fare un esempio, dai reality show, che propongono come modelli personaggi tipicamente molto ignoranti, volgari e che non mostrano nessuna particolare qualità. Una volta usciti dalla Casa o tornati dall'Isola diventano immediatamente icone nazionali, i più disparati programmi fanno a gara ad accaparrarsi la loro presenza, i giornali ne pubblicano interviste sui temi più disparati. Ecco la televisione che crea dal nulla e impone una realtà che non esiste grazie semplicemente alla propria posizione sopraelevata e “spaventosamente antidemocratica” di cui parla Pasolini.

E la cosa peggiore è che, secondo questa logica, anche “le cose più vere, le cose più sincere” diventano in qualche modo inaccettabili, semplicemente perché imposte senza possibilità di replica. Come è possibile, senza una propria rielaborazione personale, essere sicuri della giustezza e della validità delle informazioni che riceviamo? Se ci si pensa seriamente, non c'è alcun motivo per fidarsi ciecamente di ciò che i telegiornali ci propinano. Il nostro crederci sempre e comunque è un atto di buona fede che può trasformarsi in un atto altamente irresponsabile.

Nel film capolavoro di Peter Weir, L'attimo fuggente, il professor Keating, interpretato magistralmente da Robin Williams, incita i propri allievi a strappare le pagine di un testo scolastico che pretende di insegnare loro a misurare la bellezza di una poesia. L'atto è talmente scandaloso e rivoluzionario che crea inizialmente molto imbarazzo nella classe. Mai nessuno, prima di allora, aveva osato mettere in discussione la validità e le giustezza delle informazioni contenute in un libro. Un libro, per sua natura, costituisce qualcosa di alto, di perfetto, di completo, e qualunque cosa sia scritta sotto forma di libro riceve da essa immediato prestigio. E' esattamente quello che succede con la televisione. E' esattamente quello che succede con i giornali.

Ma cosa accade se, ad un certo punto, il professor Keating di turno viene a scombussolare le nostre granitiche certezze? Cosa accade se qualcuno viene a prospettarci l'ipotesi che i giornali e le televisioni siano tutt'altro che uno specchio fedele della realtà, ma anzi uno strumento di manipolazione di massa che risponde a logiche affaristiche di potere che nulla hanno a che fare con il rispetto per la verità dei fatti?

Rimaniamo giustamente scossi, come gli alunni di Robin Williams. Non ci sembra verosimile e tendiamo a rifiutare l'idea. Ma è a questo punto che tocca a noi. Siamo davvero disposti a rivedere le nostre convinzioni, anche quelle di cui non abbiamo mai minimamente dubitato? Abbiamo la forza di andare davvero a verificare come stanno le cose, anche se questo significa minare le nostre certezze? Abbiamo il coraggio, come il bambino di Andersen, di gridare che l'imperatore è nudo? Tutto ciò dipende dalla nostra coscienza critica, dalla nostra buona volontà e soprattutto dalla nostra onestà intellettuale. Dopo tutto, essere un cittadino libero significa innanzitutto essere un cittadino informato. E un cittadino è informato nel momento in cui può avere accesso alle fonti dell'informazione, senza inutili mediatori che possano alterare più o meno consapevolmente la verità.

In che modo è possibile accedere a tali fonti di “informazione pura”? Esiste qualche altro mezzo, oltre ai mass mediatradizionali, attraverso i quali è possibile costruirsi una coscienza critica? Questo mezzo esiste e possiede delle potenzialità enormi. Si tratta della rete, del web, di Internet. Paradossalmente, però, l'Italia è uno dei pochi paesi in Europa in cui lo sviluppo della connessione al web è lenta e anzi, secondo le ultime statistiche,tende addirittura a regredire. L'Italia è uno degli ultimi paesi in Europa in quanto a connettività. Peggio di noi solo Grecia e Bulgaria. Secondo uno studio recente dell'Eurostat (dicembre 2008) solo un misero 31% di Italiani può accedere alla banda larga. Cifre imbarazzanti se confrontate con la media europea, a fronte di paesi come Olanda, Svezia, Finlandia, Norvegia, Danimarca, Germania e Inghilterra in cui la percentuale è ben al di sopra del 70% con punte dell'86%.

E pensare che la rete costituisce un bagaglio inestimabile di informazioni, da cui di fatto restano esclusi due Italiani su tre. Perchè Internet è così potente? Perchè su Internet si può trovare tutto e il contrario di tutto. Non c'è notizia, non c'è evento, non c'è parola che non si possa trovare facendo una semplice ricerca inGoogle o su Youtube. Tutto e il contrario di tutto: questo offre Internet. Un baraccone sicuramente sgangherato, confuso, pieno di insidie, ostico, in cui ci si può perdere, ma che, a saperlo utilizzare nel modo corretto, si trasforma in una fonte indispensabile per la ricerca della verità. E' evidente che niente di tutto ciò, per banali motivi di tempo e di spazio, può essere offerto da una televisione né tanto meno da un giornale. Come è possibile allora, nel mare magnum delle informazioni che Internet mette a disposizione, riuscire a discernere il vero dal falso, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato? Non diventa Internet, nel suo offrire tutto e il contrario di tutto, un mezzo che semplicemente confonde le idee invece di chiarirle?

E' a questo punto che entra in gioco lo sforzo personale di ricerca della verità. Armati di una buona dose di onestà intellettuale è necessario addentrarsi nei meandri della rete per scovare il numero maggiori di informazioni possibili riguardo ad un certo argomento e, dopo averle passate al vaglio sotto una lente critica, farsi finalmente un'idea di come stanno realmente le cose. Il metodo è arduo e presuppone fatica, ma il risultato è tutt'altro che banale. E dopo tutto, non sta scritto da nessuna parte che essere cittadini liberi sia qualcosa di semplice. La libertà è qualcosa per cui si deve sudare, non cala certo dall'alto per volere divino.

Ricordate il film più di successo dei fratelli Wachowsky, The matrix? Ricordate la scena in cui il protagonista Neo è messo di fronte ad una scelta drastica? Pillola blu o pillola rossa?Ovvero: continuare a vivere come se niente fosse credendo di essere libero oppure svegliarsi dall'incubo e aprire gli occhi alla verità? Una verità dolorosa, che mostra un'umanità controllata da una mente superiore, che la condiziona anche nelle azioni più insignificanti. Internet costituisce oggi la pillola rossa, il mezzo con cui ogni cittadino può prendere coscienza della realtà e confrontarla poi con quella che gli viene propinata dalla televisione e dai giornali, che invece ci invitano subdolamente ad ingerire la pillola blu.

E' un esercizio molto divertente e istruttivo. La rete smaschera in un attimo tutte le bugie o le mezze verità che passano attraverso imedia ufficiali. Ma perché i media ufficiali dovrebbero mentire? Ce lo spiega ancora una volta Pasolini: “Oltre alla vecchia ferocia dei campi di concentramento, della schiavitù, ecc..., c'è la nuova ferocia, quella che consiste nei nuovi strumenti del potere. Una ferocia così ambigua, ineffabile, abile, da far sì che ben poco di buono resti in ciò che cade sotto la sua sfera. Lo dico sinceramente. Non considero niente di più feroce della banalissima televisione. Il video è una terribile gabbia che tiene prigioniera l'opinione pubblica servilmente servita per ottenere il totale servilismo. Tutto viene presentato come dentro un involucro protettore col distacco e il tono didascalico con cui si discute di qualcosa che è già accaduto.Tutto ciò esclude i telespettatori da ogni partecipazione politica”.

Sono parole di denuncia fortissime: la televisione come mezzo per mantenere il controllo e il potere.Tutti sanno che in un regime il primo passo del dittatore è quello di assoggettare l'informazione e costruire una propaganda del consenso. Ma cosa succede negli stati cosiddetti democratici? Cosa succede, in particolare, in Italia? Succede, come è sempre accaduto, che la televisione diventa uno strumento nelle mani dei governi in grado di plagiare le coscienze, ma in modo soft, rassicurante. Il primo passo è quello di prendere coscienza di questa situazione. E per prenderne coscienza basta navigare in Internet.

Mi vengono in mente esempi recenti molto chiari ed evidenti. Da mesi in Italia impazza l'emergenza sicurezza, non passa giorno che un telegiornale ci informi dei dettagli più morbosi di un qualche stupro, di una qualche violenza, di un qualche omicidio. Negli ultimi tempi la situazione sembra alquanto peggiorata. La generica “emergenza sicurezza” si è trasformata in una vera e propria emergenza stupri. Sembra che l'Italia sia diventata improvvisamente un grande bordello a cielo aperto in cui tutti stuprano tutti. Anzi no. I Rumeni stuprano tutti. Il messaggio con cui i media ci bombardano da tempo è che sono loro la causa principale degli stupri in Italia: i Rumeni. Sull'onda emotiva alimentata dalle televisioni, la paura monta nella popolazione che tende ad essere sempre più insofferente verso questa etnia. Fateci caso. Ogni volta che c'è uno stupro, ancora prima di conoscere il colpevole, i sospettati sono sempre dei Rumeni. Tipico titolo di giornale: “Stuprata una donna all'uscita della stazione. Gli aggressori probabilmente sono due Rumeni”.

Domando: a chi giova sapere la nazionalità di un delinquente? Forse che uno stupro commesso da un Rumeno sia più grave di uno commesso da un Italiano o da un Francese? Perché insistere volontariamente in quel modo sull'etnia? A chi giova questo clima di paura? A chi interessa creare questa diffidenza nei confronti degli immigrati, e in particolare dei Rumeni?

La cosa interessante è che, se solo uno fa un breve giro in Intenet, alla voce “stupri in Italia” troverà probabilmente delle risposte sconcertanti. Innanzitutto, stando alle statistiche del Ministero dell'Interno, è chiaro che non esiste nessuna emergenza stupri. O meglio: la situazione odierna non è più preoccupante di quella che era per esempio qualche anno fa. Anzi. Il numero degli stupri nel 2008 è in calo in tutte le maggiori città italiane. A Roma, per esempio, c'è stata una riduzione significativa del 6,5%, a Bologna del 22%, a Milano addirittura del 27% rispetto al 2006. Ma c'è di più. Se si vanno a guardare le statistiche per etnia, si vedrà che incredibilmente il 61% di coloro che commettono violenze sessuali sono Italiani. La percentuale di Rumeni è attorno al 7%, seguiti dai Marocchini al 6%. Come la mettiamo allora?

Un altro esempio che mi viene in mente è il modo in cui i mediastanno trattando la crisi economica attuale. Mentre l'America crolla e il suo crollo si ripercuote sull'intera Europa con fenomeni mai visti di licenziamenti di massa, mentre intere fabbriche chiudono mandando letteralmente sul lastrico migliaia di famiglie che si ritrovano “povere” da un giorno con l'altro, in Italia sembra che il problema si risolva in paio di fredde cifre astratte. La crisi è sostanzialmente riassunta nel concetto: “Il Prodotto Interno Lordo nel 2009 scenderà del 2%”. Pochi riferimenti o quasi alle disastrose conseguenze di un tale scenario. Quasi mai viene data la parola alle migliaia di persone che si ritrovano disoccupate dalla sera alla mattina. E la tendenza che viene fortemente suggerita dal governo è quella di “sdrammatizzare e non far apparire le cose più gravi di quel che sono”. Così ci appare che effettivamente la crisi sia qualcosa di impalpabile, che quasi non esista, finché non ci tocca in prima persona. Fa parte di quella “politica della rassicurazione” che i media tendono sempre ad imporre su impulso dei governanti.

E a ben vedere ce se ne sarebbe di spazio in tv per approfondire i risvolti più tragici di questa crisi che sta distruggendo migliaia di famiglie. Invece, si preferisce parlare di altro, specialmente di cronaca nera o, in generale di fatti che siano il più possibile morbosi e possano incollare il telespettatore allo schermo. Sappiamo tutto dei delitti di Cogne, conosciamo a memoria la pianta della casa in cui si è perpetrato il delitto, conosciamo i più intimi particolari della vita dei due fidanzatini killer Erika e Omar, per non parlare dei coniugi Olindo e Rosa. Sono diventati parte della nostra vita, ormai. Se ne discute nei bar, per strada, dal macellaio. Non sappiamo nulla invece, perché nulla ci viene detto, tanto per fare degli esempi, sulle cifre della corruzione dilagante in Italia, sulle spaventose cifre dell'evasione fiscale, sui processi che riguardano da vicino importanti uomini delle istituzioni, sui più o meno sporchi maneggi che si perpetrano nelle sale del potere.

Pasolini non riusciva a scorgere sostanziali differenze tra questo tipo di informazione, apparentemente democratica, ma di fatto fuorviante e deviante, e l'analoga propaganda fascista: “L'importante è una sola cosa: che non trapeli nulla mai che non sia rassicurante. L'ideale piccolo borghese di vita tranquilla e perbene si proietta come una specie di furia implacabile in tutti i programmi televisivi e in ogni piega di essi”.

La verità è che, se solo uno ha il coraggio di addentrarsi nella giungla di Internet per ottenere da sé le informazioni, scoprirà una realtà che molto spesso è radicalmente diversa da quella che ci viene proposta sul teleschermo o sui giornali. Ciò deriva dal fatto che i media tradizionali, per come sono concepiti, devono rispondere agli interessi di poteri forti che hanno tutto l'interesse a manipolare l'informazione in modo che certe notizie non vengano allo scoperto o vengano propinate in maniera distorta. Tutte le principali televisioni private sono gestite da grossi gruppi imprenditoriali, che hanno di solito interessi molto più estesi. E' chiaro che ogni notizia scomoda verrà limata, smussata, distorta e nei casi più estremi censurata per tutelare gli interessi dell'editore. Anche la televisione pubblica, che dovrebbe essere al servizio dei cittadini, non è immune da queste logiche, ma anzi è mantenuta sotto lo stretto potere dei partiti politici che controllano con meticolosità che nessuno sgarbo venga fatto alla propria parte. Stesso discorso per i giornali, i cui direttori, lontani dall'essere indipendenti, ma che si sforzano con ogni mezzo di apparire tali, devono rispondere a logiche politiche di spartizione del potere, essendo essi nominati da grandi gruppi editoriali che fanno a gara per apparire graditi a questo o a quel partito.

Una volta che si è compreso questo fenomeno ci si trova dapprima disorientati, ma subito dopo si torna a respirare un'aria nuova, di vera libertà. Non c'è niente di più gratificante che ricercare ed arrivare alla verità con le proprie forze, ragionando con la propria testa e facendo i conti con la propria onestà intellettuale. E' una piccola rivoluzione mentale che può stravolgere il proprio modo di vedere la realtà. Ma che è necessario affrontare nel momento in cui vogliamo definirci cittadini veramente liberi.

Citando ancora una volta Pasolini: “In televisione c'è chi pensa per voi. Da tutto ciò nasce un clima di terrore. Io vedo chiaramente il terrore negli occhi degli annunciatori, degli intervistati ufficiali. Non va pronunciata una parola di scandalo. Praticamente non può essere pronunciata una parola, in qualche modo, vera”.

tratto da http://verraungiorno.blogspot.com/2009/03/limperatore-pasolini-e-quella-pillola.html

25/08/11

L'amore secondo Krishnamurti

Jiddu Krishnamurti


Cos'è l'amore? La parola è talmente falsata e contaminata che non mi va granché di usarla. Tutti parlano di amore - ogni rivista e ogni giornale, ogni missionario parla incessantemente di amore. Amo il mio paese, il mio re, qualche libro, quella montagna, il piacere, mia moglie, Dio.

L'amore è una idea? Se lo è può essere coltivata, nutrita, accarezzata, comandata a bacchetta, alterata come volete. Quando dite di amare Dio cosa significa? Significa che amate una proiezione della vostra immagine, una proiezione di voi stessi sotto certe spoglie di rispettabilità, secondo quello che credete sia nobile e santo. (...)

L'amore può essere l'ultima soluzione a tutte le difficoltà, i problemi e le pene dell'uomo, dunque come faremo a scoprire cos'è l'amore? Limitandoci a definirlo? La chiesa lo ha definito in un modo, la società in un altro, e c' è una gran quantità di deviazioni e di interpretazioni sbagliate.

Adorare qualcuno, dormirci insieme, lo scambio emotivo, l'amicizia - è questo quello che intendiamo per amore? (.)

L'amore può essere diviso in sacro e profano, umano e divino, o c'è solamente amore? L'amore appartiene a uno e non a molti? Se dico, 'Ti amo', esclude forse ciò l'amore dell'altro? L'amore è personale o impersonale? Morale o immorale? E' qualcosa di intimo, o no? Se amate l'umanità potete amare il particolare? L'amore e un sentimento? E' una emozione? E' piacere e desiderio?

Tutte queste domande indicano - non è vero? - che abbiamo delle idee sull' amore, idee su ciò che dovrebbe e non dovrebbe essere; un modello, o un codice maturato nella cultura in cui viviamo.

Così per approfondire la questione di cosa sia l'amore dobbiamo come prima cosa liberarci dalle incrostazioni dei secoli, mettere da parte tutti gli ideali e le ideologie su ciò che dovrebbe, o non dovrebbe essere. Dividere qualsiasi cosa in quello che dovrebbe essere e in ciò che è, è il modo più ingannevole di vivere.

Dunque, come farò a scoprire cos'è questa fiamma che chiamiamo amore - non per esprimerlo a qualcun altro, ma per sapere cosa esso sia in se stesso?

Come prima cosa devo respingere quello che la chiesa, la società, i miei genitori e amici, quello che ogni persona e ogni libro ha detto su di esso, perché voglio scoprire da solo cosa è. (.)

Il governo dice: 'Va' e uccidi per amore del tuo paese'. È amore questo? La religione dice: 'Dimentica il sesso per amore di Dio'. E' amore questo? L' amore è desiderio? Non dite di no. Per la maggior parte di noi lo è - desiderio e piacere, il piacere che è derivato dai sensi, dalla attrazione sessuale e dalla soddisfazione. Non sono contrario al sesso, ma cercate di vedere cosa in esso sia implicato. Quello che il sesso vi dà momentaneamente è il totale abbandono di voi stessi, poi finite per ritornate alla vostra confusione e così volete ripetere e ripetere quello stato in cui non c'è preoccupazione, problema, io. (.)

L'appartenere a un altro, l'essere psicologicamente nutrito da un altro, dipendere da un altro - in tutto ciò deve esserci sempre ansietà, paura, gelosia, colpa, e finché c'è paura non c'è amore; una mente oppressa dal dolore non saprà mai cos'è l'amore; il sentimentalismo e l'emotività non hanno assolutamente niente a che fare con l'amore. E così l'amore non ha niente a che fare con il piacere e il desiderio.

L'amore non è un prodotto del pensiero che è il passato. Il pensiero non può assolutamente coltivare l'amore. L'amore non è limitato o intrappolato dalla gelosia poiché la gelosia appartiene al passato. L'amore è sempre attivo presente. Non è 'Amerò' oppure 'Ho amato'.

Se conoscete l'amore non seguirete nessuno, l'amore non obbedisce. Quando amate non c'è rispetto, né irriverenza. Non sapete cosa realmente vuol dire amare qualcuno - amare senza odio, senza gelosia, senza rabbia, senza volere interferire con quello che l'altro fa o pensa, senza condannare, senza far paragoni - non sapete cosa vuol dire?

Dove c'è amore c'è paragone? Quando amate qualcuno con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutto il corpo con tutto il vostro essere c'è paragone? Quando vi abbandonate completamente a quell'amore allora non c'è l'altro. Forse che l'amore ha delle responsabilità e dei doveri e ne fa uso?

Quando fate qualcosa al di fuori del dovere, c'è amore? Nel dovere non c'è amore. La struttura del dovere in cui l'essere umano è intrappolato lo va distruggendo.

Finché sarete costretti a fare qualcosa perché è vostro dovere non amerete quello che fate. Quando c'è amore non c'è dovere o responsabilità. (.) Se ci fate caso potete vedere che tutto ciò accade dentro di voi, potete vederlo con pienezza, completamente, in uno sguardo, senza sprecare tempo a farci su delle analisi. Potete vedere in un momento l'intera struttura e natura di questa piccola cosa senza valore chiamata 'io', le mie lacrime, la mia famiglia, la mia nazione, la mia fede, la mia religione - tutte queste brutture sono dentro di voi.

Quando ve ne renderete conto con il cuore, non con la mente, quando ve ne renderete conto dal più profondo del cuore, allora avrete la chiave che potrà mettere fine al dolore. (...)

Quando chiedete cos'è l'amore, potreste essere troppo spaventati per vedere la risposta. Essa potrebbe significare un cambiamento radicale; potrebbe frantumare la famiglia; potreste scoprire di non amare vostra moglie, o vostro marito, o i vostri bambini - no? - potreste dover distruggere la casa che avete costruito, potreste non tornare più al tempio.

Ma se volete ancora scoprirlo, vedrete che la paura non è amore, che dipendere non è amore, la gelosia non è amore, la possessività e il desiderio di dominare non sono amore, la responsabilità e il dovere non sono amore, l'autocommiserazione non è amore, l'angoscia di non essere amato non è amore, amore non è l'opposto di odio più di quanto umiltà non sia l'opposto di vanità. (.)

E così siamo arrivati al punto: può la mente incontrare l'amore senza bisogno di disciplina, pensiero, sforzo, senza alcun libro o maestro o guida - incontrarlo come si incontra un bel tramonto? (...)

Una mente che ricerca non è una mente appassionata e incontrare l'amore senza cercare è l'unico modo per trovarlo - incontrarlo ignari, e non come risultato di uno sforzo o di una esperienza. Questo amore, scoprirete non appartiene al tempo; questo amore è sia personale che impersonale, appartiene sia ad uno che a molti.

Come per un fiore profumato che voi potete odorare o trascurare. Quel fiore è lì per chiunque, anche per colui che si prende la pena di odorarlo profondamente e di guardarlo con piacere. Sia egli molto vicino nel giardino o molto lontano, per il fiore è la stessa cosa, essendo ricco di quel profumo lo distribuisce a tutti.

L'amore è qualcosa di nuovo, fresco, vivo. Non ha ieri né domani. E' al di là della confusione del pensiero. Solo la mente innocente sa cosa sia l'amore, e la mente innocente può vivere nel mondo che innocente non è. E' possibile scoprire questa cosa straordinaria che l'uomo ha cercato eternamente, nel sacrificio, nell'adorazione, nel rapporto, nel sesso, in ogni forma di piacere e di dolore, solamente quando il pensiero arriva a comprendere se stesso e giunge naturalmente a fine. (...)

Potete leggere queste parole ipnotizzati e incantati, ma andare al di là del pensiero e del tempo realmente - cioè andare al di là del dolore - vuol dire essere consapevoli che c'è un'altra dimensione chiamata amore. Ma non sapete come raggiungere questa straordinaria sorgente - cosa fate dunque? Se non sapete che fare, non fate niente, non è vero? Assolutamente niente.

Allora intimamente voi siete nel più completo silenzio. Capite cosa vuoi dire? Vuol dire che non cercate non volete, non andate a caccia di qualcosa; non c'è assolutamente un centro.

Allora c'è amore.

23/08/11

Le pecore nere sempre pecore sono


Non c'è molto da aggiungere quando capisci che c'è stato chi, prima di te, aveva compreso bene il tuo mondo.

21/08/11

È ridicolo credere


Eugenio Montale



È ridicolo credere
che gli uomini di domani
possano essere uomini,
ridicolo pensare
che la scimmia sperasse
di camminare un giorno
su due zampe

è ridicolo
ipotecare il tempo
e lo è altrettanto
immaginare un tempo
suddiviso in più tempi

e più che mai
supporre che qualcosa
esista
fuori dall'esistibile,
il solo che si guarda
dall'esistere.


Eugenio Montale, Satura; Satura II



Da oggi, almeno un giorno della settimana sarà dedicato alla letteratura.
C'è bisogno di abbandonare i soliti discorsi sulle nefandezze di questo paese.
Da quando mi interesso troppo di politica ho tralasciato la letteratura per far posto a letture storiche, giudiziarie e politiche.

Meglio distogliere lo sguardo ogni tanto e cullarsi nella sublimità del panorama letterario umano.
Perchè, fino a prova contraria, la letteratura è la conquista più alta degli esseri umani.

Montale è il Poeta. Per me è quello per antonomasia. Rileggendo questa poesia mi consolo circa gli affanni della vita odierna.
Buona lettura.

24/06/11

La vita di un uomo


Oggi non si può non ricordare la storia di Niki Aprile Gatti.


Per chi vuole informarsi su uno dei tanti, troppi irrisosolti delitti di questo Stato qui c'è una dettagliata descrizione della vicenda.

Ciao Niki, proteggi sempre la tua famiglia.

Ti vogliamo bene


P.s. Nessuno nel jet-set nazionale dei paladini della libertà (tralascio i nomi per quieto vivere) si è occupato di Niki.

20/04/11

Kurt Cobain

Kurt Cobain


I Nirvana sono un gruppo che, quando sei adolescente, entra a far parte della tua vita e, puntualmente, la cambia. Non so se oggi i nuovi adolescenti ancora ascoltino Kurt Cobain e i Nirvana ma spero lo facciano.

La musica di questo ragazzo era una sferzata di libertà in un mondo di conformisti. Mi azzardo a dire che era un poeta: si, un poeta perché solo i poeti riescono a sferrare colpi così forti a una società malata.

Non era Kurt Cobain il malato. La malattia stava nell'ambiente in cui viveva, fatto di conformismo, provincialismo, consumismo ecc. in una parola fatta dal lato peggiore che l'America sa offrire.

E Kurt aveva trasposto in musica il suo disprezzo per quel mondo. E dato che il successo lo stava inserendo in un universo che non gli apparteneva il 5 aprile 1994 ha deciso di farla finita.

Ciao Kurt, un abbraccio e riposa in pace.

15/04/11

Vittorio Arrigoni



Sempre i migliori vanno via per primi...
Ciao Vittorio! Per te solo ammirazione.

Da leggere: